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Ancora una volta passiamo in rassegna la produzione giurisprudenziale dei Tribunali Amministrativi Regionali per offrire ai nostri lettori una panoramica il più ampia possibile sulle questioni giuridiche correlate all’edificazione di campi padel e strutture accessorie al gioco, ritenendolo tema di interesse per chiunque debba valutare la realizzazione di un centro sportivo e necessiti, quindi, di vagliare le soluzioni migliori per la sua costruzione.

Lo ripetiamo anche in questo caso: ogni sentenza è resa con riferimento a vicende locali con caratteristiche estremamente specifiche, ma da ogni pronuncia si può – e anzi, si deve – trarre indirizzi interpretativi che contribuiscono a tratteggiare una prima visione sistematica delle prescrizioni legali applicabili al settore.

L’antefatto

La vicenda trae avvio dalla realizzazione, all’interno di un centro sportivo sito nel Comune di Forte dei Marmi (il Tennis Europa, per la cronaca), di due campi da padel coperti in luogo di uno dei campi da tennis preesistenti, nell’area immediatamente prospiciente all’abitazione di soggetti privati. Il progetto, munito di permesso di costruire n. 58 del 4 aprile 2022, prevedeva l’installazione di “una copertura geodetica comune ai due campi, alta al colmo poco meno di dieci metri e rivestita in teli di pvc sfilabili, circondata da una barriera antirumore schermata con essenza vegetali sempreverdi”.

Proprio il titolo edilizio è stato impugnato dai residenti nelle immediate vicinanze del circolo, i quali – sulla scorta di sei motivi – hanno chiesto che il Tar ne pronunciasse l’annullamento, lamentando le ricadute negative della presenza di una struttura così impattante a ridosso del confine stradale e della loro proprietà.

Le contestazioni dei residenti e le difese delle parti in causa

Il contenzioso si è sviluppato in maniera alquanto complessa e articolata: per esigenze editoriali presteremo qui particolare attenzione ai due principali motivi di ricorso. Innanzitutto i cittadini hanno dedotto la violazione delle norme tecniche di attuazione del Regolamento Urbanistico comunale (dell’art. 16, comma 2 in particolare), che prescrive per la realizzazione di nuovi impianti, nella zona interessata, il rispetto della distanza minima di cinque metri dai confini, misura che nell’occasione non sarebbe stata osservata.

Nella relazione istruttoria del tecnico comunale, propedeutica al rilascio del permesso di costruire – assodato che la struttura sorge a 3 metri dal confine – il mancato rispetto delle distanze imposte dallo strumento urbanistico sarebbe invece giustificato “dall’irrilevanza dell’intervento”, in quanto avente caratteristiche di “facile amovibilità”. In altre parole, la copertura dei campi da padel non sarebbe stata ritenuta equiparabile a un vero e proprio edificio, “perché non capace di offrire stabile riparo dagli agenti atmosferici”. Quindi secondo il Comune – una volta stabilito che i nuovi campi, con relativa copertura, non costituiscono superficie coperta – non sarebbe operativa la prescrizione circa la distanza minima del manufatto dal confine; tesi, questa, ovviamente fatta propria dal centro sportivo.

Tale interpretazione veniva confutata dai ricorrenti, secondo i quali l’impianto non avrebbe affatto natura temporanea e la sua pretesa amovibilità sarebbe di fatto rimessa al gestore dal circolo, senza considerare che l’imponente intelaiatura fissata alla platea di fondazione in cemento armato era destinata a rimanervi permanentemente. La seconda ragione di lamentela mossa all’impianto afferisce al “pregiudizio ambientale”, inteso in senso lato, costituito dalla presenza ravvicinata – a distanza inferiore a quella consentita – di un’attività fonte sicura di immissioni rumorose, che non avrebbero formato oggetto di idonea valutazione da parte del Comune. Secondo i ricorrenti, infatti, “lo sport del padel, che prevede l’utilizzo delle pareti laterali del campo per farvi rimbalzare la palla colpita dalle racchette dei giocatori costituirebbe una disciplina per definizione rumorosa e non avrebbe pertanto potuto essere assentita per espressa scelta dello strumento urbanistico”.

La decisione del Tribunale Amministrativo Regionale

Il Tar della Toscana, sezione di Firenze, nel dirimere la controversia sottopostagli ha accolto la tesi dei ricorrenti, per l’effetto annullando il permesso di costruire oggetto di impugnativa. Con la sentenza n. 298 del 22 marzo 2023 il Tribunale ha infatti considerato ampiamente condivisibile la posizione dei cittadini già residenti nei pressi dei nuovi campi padel, sancendo innanzitutto il mancato rispetto della distanza minima per la loro edificazione.

Il Collegio – premesso che, in questo caso, trattavasi di “un’intelaiatura in alluminio ancorata al suolo tramite bulloni e rivestita da teli mobili in pvc, delle dimensioni di oltre quaranta metri in lunghezza e oltre dieci in larghezza, con altezza al colmo di circa dieci metri” – ha infatti precisato che la precarietà di un manufatto edilizio non dipende dalla tipologia di materiali usati per la sua realizzazione (e, più in generale, dalle caratteristiche costruttive e di ancoraggio al suolo), quanto piuttosto “da un profilo funzionale che si identifica con l’uso cui il manufatto stesso è destinato, nel senso che, se le opere sono dirette al soddisfacimento di esigenze stabili e permanenti, la natura precaria dell’opera va comunque esclusa, a prescindere dai materiali utilizzati e dalla tecnica costruttiva applicata”.

Conseguentemente, la circostanza che la tecnologia impiegata dal centro sportivo renda di facile rimozione la copertura dei campi non toglie che, a fronte della sua destinazione a un utilizzo stabile e non limitato nel tempo, l’impatto territoriale dell’intervento debba considerarsi definitivo. Cosicché l’intervento edilizio è stato ritenuto assoggettato alla disciplina delle distanze minime come previste dal Regolamento Comunale in quanto pienamente rispondente alla nozione di “costruzione”, “tanto più che – apprezzando nella loro unitarietà le opere autorizzate – il permesso impugnato non si riferisce alla sola copertura geodetica, ma anche ai campi da padel, i quali di per sé comportano una permanente trasformazione del suolo”. Interessante la considerazione espressa a margine del Tribunale, laddove ha individuato l’interesse ad agire dei vicini nel pregiudizio prodotto dalla presenza del manufatto che, per la sua considerevole altezza, “occlude la visuale che si godeva dal fronte della proprietà dei ricorrenti, precedentemente libera se non per la presenza di alcuni alberi, oltre ad apparire distonico dall’insediamento circostante per dimensioni complessive e caratteristiche costruttive.”

La questione acustica

Anche il secondo motivo di opposizione è stato ritenuto ammissibile e fondato. Premesso che il piano comunale di classificazione acustica inserisce il centro Tennis Europa e l’abitazione dei ricorrenti in un’area in cui i valori limite di emissione nell’orario diurno di apertura del circolo sono pari a 55 dB (mentre i decibel rilevati sono 60), la motivazione del Tribunale richiama, in sostanza, un difetto di istruttoria al momento della concessione del titolo edilizio da parte del comune versiliano, che non avrebbe adeguatamente escluso il verificarsi di una situazione di inquinamento acustico.

Senza entrare nel dettaglio degli aspetti tecnici della sentenza, chi scrive ritiene invece utile soffermarsi sul richiamo operato dal giudice alla previsione delle Legge n. 447/1995, valorizzando il principio secondo cui i valori di immissione acustica vanno rilevati in prossimità dei ricettori (mentre, in questo caso, le misurazioni del centro sportivo erano state effettuate lungo la viabilità, e quelle del Comune al confine della proprietà dei ricorrenti e non in prossimità della loro abitazione).

Per la cronaca, il centro Tennis Europa ha annunciato il ricorso al consiglio di Stato per la riforma della sentenza, al fine di far accertare la piena legittimità del titolo.