giocatore di padel

E come si diventa tale? Con che frequenza va in campo ogni settimana?
I risultati di un’indagine condotta da O&B Padel mettono a fuoco le abitudini dei padelisti,
a partire da come hanno conosciuto la disciplina

di Adelio Rosate, team e marketing manager di O&B Padel

La dimensione del fenomeno padel è generalmente focalizzata sul trend delle strutture sportive diffuse sul territorio nazionale. Quali e quanti i centri ospitanti campi di padel, quanti quelli coperti. Ma chi gioca a padel? Come si diventa padelisti? Cosa li ha attratti? In più casi, come vedremo, vi è una migrazione da altri sport. In altri, un’occasione per iniziare a praticarne uno (dato riscontrato non solo per giovani in più casi).

A queste e ad altre domande ancora abbiamo provato a dare risposta, tracciando un primo profilo del giocatore e al tempo stesso cercando di analizzarlo come “consumatore” del prodotto padel. L’indagine ha avuto una prospettiva omnicomprensiva ed eterogenea. Ha osservato i comportamenti non solo dell’agonista emergente o del maestro, ma anche di chi ha cominciato a giocare più di recente di chi lo pratica a livello amatoriale.

I dati emersi dal sondaggio, primo e unico a oggi e che in O&B Padel abbiamo promosso con il nostro osservatorio, derivano da un campione di oltre 300 sportivi, concentrato principalmente in Lombardia ma comprendente altre regioni d’Italia. Entrando nel merito, uno dei primi dati che abbiamo riscontrato è che il rapporto di praticanti per genere non è così diverso da quello di altri sport. Le donne sono circa un sesto dei maschi (circa il 15%). Il sondaggio, invece, ci restituisce una conferma: non è una moda.

Un’espansione contagiosa

Tutte le considerazioni raccolte sono suffragate dai dati empirici dello studio. Più di tre amatori su cinque, infatti, (oltre il 60%), si sono fidelizzati, visto che giocano da oltre un anno. Tra loro, ben il 39% si è avvicinato al padel da oltre due anni. Fattore che trova continuità dal dato di chi l’ha approcciato più recentemente.

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Il 29% l’ha scoperto da meno di un anno, e solo il 10 % del totale campione lo gioca da meno di tre mesi. Quest’ultimi indicatori inoltre confermano l’estensione del “contagio padel” verso nuovi sportivi e proiettano un numero altrettanto elevato di new entry su base annua. Che questa espansione abbia caratteristiche particolari, se non uniche, è confermato anche dal come si è diffusa la conoscenza del padel.

In un’epoca invasa dai social e pervasa dai media, è indicativo che oltre quattro giocatori su cinque sono stati contaminati dall’entusiasmo degli amici che l’avevano provato. Solo il 7% ne hanno appreso l’esistenza dai social. Ovviamente da qui in avanti il ruolo di social e mezzi d’informazione può solo crescere. Nel frattempo, le tv hanno aumentato la loro copertura mediatica dei tornei internazionali più importanti, mentre in Italia abbiamo assistito per due anni consecutivi a due eventi di grande impatto del Premier Padel a Roma e a Milano (e dal 2024 ce ne sarà un terzo a Genova).

In questo modo, gli appassionati e i più curiosi possono godere delle qualità dei migliori professionisti al mondo: i lossodromici globo di Belasteguín, i taglienti back di Paquito, gli imprendibili smash in kick di Galán… Tutto questo accresce comprensibilmente entusiasmo e innesca un’ulteriore diffusione della disciplina.

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WFI (Weekly Frequency Index)

La frequenza di gioco, da noi identificata con l’acronimo WFI, è un’ulteriore conferma di quanto il padel sia entrato nella cultura sportiva degli italiani. Come ci mostra il grafico sopra, oltre l’80 % dei praticanti lo gioca almeno una volta la settimana. Ben la metà di questi (il 41%) lo pratica tre o più volte la settimana.

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Le lezioni

Il padel è uno sport piuttosto complesso, e per questo anche molto affascinante. Spesso chi lo descrive come facile non lo conosce o confonde divertimento e difficoltà. A questo proposito, è interessante utilizzare una metafora che aiuta a comprendere quello che si vuole spiegare in queste righe.

Prendiamo spunto da Maurizio Pollini, pianista milanese di fama internazionale: per lui il pianoforte è il più facile da suonare male tra gli strumenti musicali. È semplice individuare le note e le ottave sulla tastiera, ma allo stesso tempo, se si vuole cogliere tutta l’ampiezza musicale e le sue potenzialità, il più difficile. Facendo le dovute proporzioni, riteniamo che per il padel valga un ragionamento simile.

È divertente da giocare fin da subito, ma può essere estremamente complicato se si vuole acquisire l’intero bagaglio tecnico-tattico necessario. Qualcuno lo ha paragonato agli scacchi, perlomeno per sottolinearne la necessaria concentrazione e l’attesa nel perseguire il punto. Come e più di altri sport, dunque, necessita di uno studio tattico (posizioni e scelta dei colpi), tecnico (esecuzione degli stessi) e di concentrazione che si possono acquisire solo attraverso ore di lezione.

Tesi che trova riscontro nel numero di neofiti che hanno sentito la necessità di rivolgersi a un istruttore. Oltre il 65% degli intervistati ha fatto più di 10 ore di lezione e (dato davvero soprendente) ben il 65% è propenso a fare lezione in aula, in modo da approfondire gli aspetti fondamentali. Per esempio, i sincronismi di coppia e le relative posizioni sul campo, lo sviluppo della difesa e l’uso diverso dei colpi a seconda della zona occupata.

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In (inter)medio stat virtus

Pur tenendo conto di una certa “generosità” nell’auto valutazione di ciascuno, dalle interviste è emerso che il 43% si pone a un livello intermedio. Il 24% si attesta sul principiante-avanzato, mentre il 12% come principiante.

L’indagine ci ha consegnato anche altre interessanti indicazioni, quali per esempio quella del variegato numero di brand di racchette in uso, le differenti scelte nei canali di acquisto e dei centri padel in cui giocare. Aspetti che meritano analisi più specifiche e maggiormente approfondite, a cui vi diamo appuntamento per le prossime uscite.

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