Quando si parla di insegnamento e didattica, Jorge Martínez è un’istituzione. L’allenatore spagnolo, fondatore della M3 Academy a Madrid, ci spiega le unicità della propria metodologia
di Gabriele Marini
Jorge Martínez è uno di quegli allenatori che hanno saputo adattare la metodologia all’evoluzione del gioco, formando una serie di giocatori di altissimo livello come Ale Gálan e Juan Lebrón. È anche fondatore e direttore della M3 Padel Academy a Madrid, una delle massime istituzioni per quanto riguarda la scuola e l’insegnamento del padel in Europa. Intervistando il coach spagnolo, insomma, non potevamo che ottenere tanti spunti interessanti.

L’intervista
Jorge Martínez, fondatore M3 Padel Academy
Quando hai iniziato ad allenare e perché?
Io vengo dal tennis, come tutti quelli della mia generazione, e ora sono più di 20 anni che alleno nel padel. Ho iniziato ad apprendere la tattica quando in Spagna sono arrivati i primi argentini come Pablo Rovalletti e Pablo Semprún, che mi hanno insegnato cose che non capivo perché nel tennis erano diverse. Per questo motivo dico sempre che è più importante la comprensione del gioco rispetto alla tecnica, perché senza capire che cosa si sta facendo è impossibile arrivare a un certo livello.
Parliamo della metodologia M3. In che cosa è diversa rispetto agli altri?
Noi abbiamo due principi fondamentali. Il primo è che siamo una squadra e ciò significa che intendiamo il padel come uno sport di squadra. Non tutti sono d’accordo con questa affermazione, ma per noi è fondamentale capire che un team è composto da tre persone, perché l’allenatore interviene molto più che in altri sport. Il secondo principio è che andiamo dal gioco alla tecnica e non il contrario. Con il nostro metodo sia gli amatori che i bambini iniziano prima a giocare e poi a vedere la tecnica, un po’ come nel calcio in cui prima si impara a colpire la palla per fare gol e poi si passa al resto. In M3 prima insegniamo a giocare poi cerchiamo di adattare la tecnica per rendere il giocatore il più efficace possibile in relazione alle sue qualità. Questo modo di insegnare è diverso da ciò che mi è stato tramandato dal tennis, in cui ero molto bravo a colpire la palla ma non capivo altrettanto bene il gioco.
Anche nei professionisti cercate di adattare la tecnica al giocatore?
Molto di più. Ovviamente non posso allenare allo stesso modo Chingotto e Gálan perché hanno due fisici e due personalità diverse, e non possono avere la stessa tecnica. Questa deve adattarsi a quello che serve in campo in base alla richiesta tattica e fisica. Più sono professionisti più adattiamo anche la singola situazione: se Gálan giocasse con Coello dovrei allenarlo diversamente.
Di quante persone è composto il gruppo di lavoro di M3?
A oggi abbiamo circa 40 allenatori, un gruppo di preparatori fisici interni all’accademia e lavoriamo con diversi psicologici fuori della struttura. Abbiamo nutrizionista, fisioterapista e tutto ciò di cui un professionista ha bisogno.
Quante coppie di professionisti o aspiranti tali si stanno allenando in M3 al momento?
Abbiamo diviso i gruppi per livelli. Nel primo turno, dove si allenano i giocatori che entrano nei tabelloni principali del Premier Padel, ci sono circa 20 coppie, che possono diventare più di 30 quando vengono i giocatori italiani, francesi o addirittura sudafricani. Considera che in M3 abbiamo 20 campi, e un allenatore ogni tre giocatori in campo, più due che stanno fuori. Io mi tengo un po’ più in disparte e ritengo che il rapporto giusto sia un allenatore e mezzo circa per ogni giocatore. Il secondo livello è composto da altri 20 giocatori circa che accedono regolarmente alle qualificazioni o fanno comunque altre competizioni importanti. Infine c’è un terzo livello, composto da giocatori aspiranti professionisti, che sono una trentina.
Quali sono le indicazioni principali che dai a livello mentale, tecnico o tattico quando sei in panchina?
Dipende dalla partita: ci sono situazioni dove il match è in equilibrio e devo usare poche parole chiave per farmi capire, altre volte c’è bisogno di un rinforzo emozionale e altri casi ulteriormente diversi. Io cerco sempre di non essere negativo e di mantenere alta la concentrazione. Non è tanto l’errore che mi interessa ma cosa l’ha causato.
Il padel degli ultimi anni è molto più veloce e fisico, si dice che il colpo decisivo non è più il globo e che ci sono cose più importanti. Sei d’accordo? Come adatti il tuo metodo?
Tutto si adatta. Condizioni del campo, racchette, palline. Se il gioco si evolve, devi farlo anche tu adattandoti a scambi più veloci e più corti. Noi studiamo molto lo sport, abbiamo un’area in accademia che si chiama M3 Lab dove studiamo le statistiche e prepariamo le partite. Cerchiamo di capire come si fanno più punti e quali sono i colpi più usati nel padel, e tutto questo si va ad aggiungere alla metodologia. Per esempio, se so che il colpo più utilizzato nel padel maschile è la volée di rovescio, o che si usa sempre di più il dritto e rovescio senza rimbalzo, questo già mi dice che tipo di giocatore devo costruire. Non solo nei pro, ma perché lo sport si sta evolvendo in quella direzione.
Quali saranno i giocatori del futuro?
Credo che nel femminile Martina Calvo stia arrivando in maniera fortissima, e c’è un gruppo di sette/otto giocatrici di cui sentiremo parlare molto entro poco tempo, senza dimenticare che Claudia Fernández è giovanissima, ma anche Delfi e Bea. Nel maschile mi piacciono moltissimo Leo Augsburger e Tino Libaak: Yanguas è giovane ma è già conosciutissimo, ma se ne devo scegliere uno ti dico Leo per come gioca e per il carattere che ha. Mi sembra un ragazzo deciso e ambizioso, con tante qualità positive e le potenzialità per stare in alto.