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Quiet, please: intervista a Carlos Bernardes e Francesca Di Massimo

10 Settembre 2026

Dal seggiolone dell’arbitro e dai campi dello Slam alle pareti di vetro. Carlos Bernardes e Francesca Di Massimo raccontano il loro approccio al padel, dopo una vita trascorsa insieme nel tennis

di Adelio Rosate, team e marketing manager di O&B Padel

È destino che il padel debba subire un costante e ingeneroso paragone con altri sport. Secondo noi, in maniera impropria, alcuni lo trovano simile allo squash, ma la similitudine più diffusa è certamente verso il tennis. Nella comparazione, il giudizio diffuso è che sia un po’ il fratello minore di quello che proprio in questi anni, con Sinner e compagni, dà un grande lustro ai nostri colori. A pensarci bene tale posizionamento minore può derivare anche dal racconto sulla sua nascita. Quella che narra di un messicano, Enrique Corcuera, che voleva costruire un campo da tennis nel proprio cortile e, sbagliandone le misure o non avendo abbastanza spazio, si ritrovò a costruirne uno di dimensioni ridotte e senza spazi per l’out, ovviando con l’idea di far valere le pareti della casa, posteriori al campo. In estrema sintesi: misure minori, sport minore. Ma la cultura sportiva argentina non accetta questa versione: l’interpretazione che nel Paese sudamericano hanno saputo sviluppare ne ha fatto emergere le potenzialità, dandogli un preciso indirizzo.

Facendo prevalere delle caratteristiche per sviluppare uno sport che avesse una connotazione palesemente difensiva. Vince chi si difende meglio. Questo di per sé è sufficiente per conferire al padel una sua specifica personalità e smarcarlo decisamente dal tennis. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i por tres e i por cuatro di Juan Lebrón e Ale Galán, giocati da notevole distanza dalla rete, poco ispirano al pensiero difensivo. Ma questo fa parte di qualsiasi prodotto, sport e conoscenza tecnologica. Quel che è certo è che la possibilità di un secondo rimbalzo dopo il primo sul campo, sulla parete, consente di sviluppare, assieme alla minor superfice da presidiare, un livello di difesa specifico come lo sono i colpi in uscita di parete non replicabili nel tennis.

Torniamo agli Anni ’80. In Argentina nascono i primi club, alcuni diventano vere fucine e laboratori sperimentali, in cui artigianalmente si pensano e svi-luppano i colpi tecnici più idonei e pertinenti nell’esperienza tattica. Il Club Tortugas a Buones Aires e L’Ocean Club di Mar del Plata divengono i luoghi di riferimento più significativi. È in questi prestigiosi centri che nascono la bandeja, la vibora e il globo. Un crescente e specifico bagaglio tecnico a testimonianza e conferma della sua complessità e unicità. Il tutto peraltro con la disponibilità di materiali ben più poveri di quelli a cui siamo ora abituati: racchette di legno, pareti in muratura, in cemento il fondo. Anche il primo personaggio leggendario della sua storia non potrà che rafforzare tale tesi.

Emerge nei tornei internazionali a fine anni novanta, un giocatore la cui lucida pazienza e capacità di attesa diventa proverbiale. Ovviamente è argentino e presto diventerà numero uno, rimanendovi per ben 16 anni. Fernando Belat-seguin, detto Bela, impareggiabile in particolare nell’esecuzione di un colpo: il pallonetto!

Ma l’accostamento con il tennis è stato favorito anche dal ruolo centrale che la FIT (Federazione Italiana Tennis) ha avuto nel promuovere il padel in Italia. Incentivandone la costruzione di campi all’interno dei circoli di tennis, organizzandone la formazione di maestri. E, non da ultimo, creando protocolli di insegnamento declinati per fasce di età. La convivenza tra le due discipline, più che nei grandi centri “padel oriented”, la si riscontra nell’attuale struttura federale: la FITP, Il cui nuovo acronimo ha proprio la P di padel. Una stretta convivenza che funge da reciproco stimolo ai due enti, con uno stato di effervescenza per entrambi.

Il pensiero di Carlos

Tornando agli aspetti prettamente tecnici sportivi che differenziano il padel dal tennis, abbiamo pensato bene di coinvolgere un sudamericano divenuto nel suo ruolo un’icona dell’ATP. Ebbi modo di vederlo all’opera, la prima volta, una ventina di anni fa, nella suggestiva cornice della finale dell‘Open di Croazia, nel centrale di Umago. In campo Filippo Volandri e Guillermo Cañas, lui sulla sedia in qualità di arbitro. Parliamo di Carlos Bernardes, protagonista di una carriera dai numeri impressionanti: più di ottomila le partite arbitrate, oltre 300 le finali e ben tre di tornei Slam. Quanti altri possono dire di aver visto quel livello di tennis così da vicino?
Insomma, un personaggio più che autorevole. Sappiamo che il padel è stata una recente scoperta anche per lui: può capitare di incontrare il brasiliano Carlos tra le pareti di vetro di qualche centro a Bergamo, magari al fianco di una padelista a sua volta con un trascorso da giocatrice e arbitro nel tennis: la moglie Francesca Di Massimo, prima giudice di sedia poi specializzatasi come giudice di linea. Ruolo con il quale ha avuto l’opportunità di palcoscenici altrettanto prestigiosi a quelli del marito.

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L’intervista

Carlos Bernardes

Carlos, partiamo dal tennis, come è nata in Brasile la ua passione verso questo sport? Dall’Italia associamo il Brasile al calcio, piuttosto che alle racchette.
In effetti nella mia esperienza iniziale c’entra un po’ anche il calcio. Il primo campo da tennis frequentato era all’interno della struttura sportiva statale di San Paolo. Da ragazzi, con altri amici saltavamo il muretto per cimentarci con la racchetta. Mi sono appassionato praticandolo poi anche a livello agonistico sino a diventarne maestro.

Quando decidi di smettere con la racchetta e salire sul seggiolone dell’arbitro?
Quando i miei viaggi in giro per il Brasile, per partecipare ai tornei, erano diventati troppo frequenti, e incompatibili con l’attività di maestro.

Ne approfitto per qualche altra domanda che non c’entra con il padel, ma che può interpretare la curiosità tra gli “aficionados”. Pur con la tua riconosciuta autorevolezza nella direzione, chi ti ha reso il lavoro più difficile? Possiamo scommettere su Kyrgios?
Kyrgios, paragonato ad alcuni giocatori del passato, è da considerare persino tranquillo. Ce n’erano alcuni che rendevano l’arbitraggio, ben più complicato. Per gli appassionati, non penso serva specificare i nomi.

Come sei finito a vivere in Italia e proprio a Bergamo? È merito di Francesca?
Hai indovinato, ci siamo conosciuti sui campi dei tornei dell’ATP, e da lì abbiamo iniziato a frequentarci. Lei era già a Bergamo e ora sono circa 18 anni che siamo marito e moglie.

Venendo al padel, il passaggio dal tennis alle pareti di vetro è abbastanza comune.
Frequentando il mondo sportivo della città, è stata una scoperta abbastanza naturale, l’occasione di provarlo non è mancata. Abbiamo scoperto che è molto divertente.

Oggi giocate di più a tennis o a padel?
Più a padel, ma non dirlo in giro…

Quali sono le differenze tecniche che riscontri nel padel?
Sicuramente non serve tirare troppo forte, per difendersi aiuta l’uso delle pareti.

Perché il padel si è diffuso così rapidamente, trovando riscontro in modo superiore che in altri sport, anche nell’universo femminile?
Perché è più facile acquisire il minimo bagaglio tecnico per divertirsi. Ci si può divertire facilmente. Se poi si vuole impararlo davvero, con tutti i colpi di cui è composto, allora l’apprendimento diventa altrettanto complesso.

Se dovessi dare un suggerimento ai gestori dei centri, quale sarebbe?
Bisognerebbe esporre in modo ben visibile il regolamento, per molti è nuovo come sport e proprio in quanto tale non conoscono nel dettaglio le sue regole. Questo può dare origine a discussioni. Suggerirei anche uno statuto interno che richiami a un comportamento di elementare educazione: spesso si sentono urla, imprecazioni e bestemmie che in qualsiasi centro tennis non sarebbero tollerate. E perché quindi accettarlo qui? Considerando anche l’estrema vicinanza che si riscontra tra un campo e l’altro.

Quiet, please: intervista a Carlos Bernardes e Francesca Di Massimo
Carlos Bernardes e Francesca Di Massimo a Wimbledon

L’intervista
Francesca Di Massimo

Conoscendo la tua esperienza a Wimbledon, non posso non soddisfare un paio di curiosità: sull’erba è più difficile giudicare rispetto alla terra battuta?
È più difficile perché il gioco è più veloce e non rimane il segno come sulla terra, ma abbiamo un grosso aiuto dal gesso che si alza al contatto con la pallina, a indicare che la palla è buona. Anche se fa essere leggermente in ritardo, nel giudizio, rispetto a quanto avviene per le righe sul rosso.

Come hai scoperto il padel?
Con mio cugino che è maestro di padel e campione nazionale nella sua categoria Senior. Devo dire che non è stato amore a prima vista, ma col tempo ho iniziato a divertirmi tanto.

Faccio la stessa domanda anche a te: quali sono le differenze tecniche che riscontri tra padel e tennis?
Mi piace che in questo sport, a qualunque livello, si possano giocare partite divertenti. Non serve un bagaglio tecnico importante, come nel tennis, per affrontare una partita. Credo che questa sia la chiave che ha fatto esplodere la passione così velocemente in tantissime persone. Inoltre, mi piace che sia uno sport di coppia, e infatti personalmente ho sempre amato anche i doppi nel tennis.

 


O&B Padel è un osservatorio specializzato nel marketing legato al padel. Effettua indagini e sondaggi mirati su mercati nazionali e internazionali, si occupa di definire bacini di attrazione per centri e accademie e propone stime di mercato e business plan dedicati. Chi volesse approfondire il nostro lavoro, può contattarci all’indirizzo mail: arosate@yahoo.com

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