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Il padel “è tutta testa”: ma come si usa davvero?

29 Aprile 2026

Per rispondere alla domanda delle domande, c’è un nuovo libro sulle sfide più difficili che il nostro cervello deve affrontare in campo. Abbiamo parlato con i tre autori delle scoperte più interessanti

di Adelio Rosate

La palla parte. Le gambe si muovono ma quando arrivi, sei in ritardo. Mezzo secondo, a volte meno, eppure quella frazione di secondo è la differenza tra scegliere dove mettere la palla e pregarla di entrare. Per anni hai pensato di essere lento, che ti mancasse qualcosa, che gli altri avessero un dono che tu non hai. Ma non sei lento. Guardi nel posto sbagliato. Per questa uscita il marketing è stato messo in pausa, lasciando
riaffiorare il giocatore e i suoi istinti.

Girovagando per i centri, è capitato di incontrare una vecchia conoscenza: Piergiorgio Ravaioli, compagno di molte battaglie tra i vetri, un po’ agonista e un po’ amatoriale. Ha voluto introdurre due suoi amici, insistendo per presentare il lavoro che insieme avevano appena finito. L’interesse è cresciuto parola dopo parola, e come San Paolo sulla via di Damasco c’è stata una vera folgorazione. Si chiama Soffri, Vedi, Vinci – “Padel Hack”, in uscita il 5 maggio. Un libro scritto da chi ha letto le ricerche giuste e le ha trasformate in protocolli pratici per il padel. Un ponte tra il laboratorio e il campo che non esisteva ancora, che ha conquistato anche l’interesse di Daniele Gilardi di Italgreen, a tutti gli effetti uno dei partner di questo progetto che mette al centro l’individuo, e non solo l’utilizzatore di un campo.

Tre strade, uno stesso punto

La prima è quella di Andrea Devicenzi. Dieci Guinness World Record su pista, dove in 24 ore ha percorso 602,990 chilometri. Con una gamba sola. Quando gli si chiede come faccia, risponde così: “Per vent’anni ho chiamato quella cosa ‘testa dura’, poi ho scoperto che aveva un nome preciso e che si può portare a chiunque”. La seconda è Piergiorgio Ravaioli, istruttore di padel da anni. Ha visto molti giocatori con una tecnica impeccabile perdere ogni volta che la partita diventava seria. Una frustrazione professionale, diventata la spina dorsale del libro. La terza riguarda Roberto Jannone. Ha trovato il linguaggio che mette insieme le altre due strade, quella vissuta sul proprio corpo e quella vista in campo, costruendo qualcosa di insegnabile a chiunque. Tre percorsi che convergono in un’unica domanda: e se il problema non fosse solo la tecnica, ma il cervello che la esegue?

Soffri

Nel 2009, il ricercatore Samuele Marcora condusse un esperimento che ribaltava tutto quello che sapevamo sulla fatica. Sedici persone, sottoposte due volte allo stesso identico sforzo fisico: stesso corpo, stessa intensità, stessa durata. L’unica cosa che cambiava era ciò che avevano fatto nei 90 minuti precedenti. In una sessione avevano svolto un compito mentale estenuante, nell’altra avevano semplicemente
guardato dei documentari. Il risultato fu sorprendente: dopo il compito mentale più impegnativo, le stesse persone si fermavano prima. Marcora misurò ogni parametro fisiologico: frequenza cardiaca, ossigeno e lattato. Il corpo risultava identico in entrambe le condizioni. Non erano i muscoli a cedere. Era il cervello a dire basta troppo presto. Avete presente quel terzo set in cui le gambe pesano il doppio? Non è un problema di forma fisica, ma di neuroplasticità (la capacità del cervello di modificare i propri circuiti in risposta all’esperienza) che lavora contro di noi, invece che per noi.

Vedi

Il cervello umano elabora le immagini visive con un ritardo di centinaia di millisecondi. Quando pensiamo di vedere la palla partire “adesso”, stiamo vedendo il passato. I campioni non reagiscono più velocemente, ma leggono i segnali predittivi prima che il colpo esista. La rotazione delle spalle, i piedi che tradiscono l’intenzione, l’angolo della pala. Tutto questo accade 200-300 millisecondi prima che la palla parta: nel padel è un’eternità. L’aspetto più spiazzante in assoluto è che non parliamo di talento, ma di un’abilità costruita con l’osservazione. I professionisti hanno costruito questo catalogo di pattern (schemi motori riconoscibili che il cervello archivia e recupera automaticamente) nelle loro teste guardando migliaia di colpi con gli “occhi giusti”.

Vinci

Dritto perfetto in allenamento, ma errori da principiante sul match point? Il classico “choking under pressure”, il blocco da prestazione causato dall’eccesso di controllo conscio sotto pressione. L’amigdala (il centro di allerta del cervello) segnala pericolo; il corpo entra in “threat state” (stato di minaccia percepita); la corteccia prefrontale si riattiva e interferisce con il gesto automatico e il colpo che veniva eseguito senza pensare diventa conscio e molto più lento. Ma esiste uno stato alternativo, il “challenge state” (stato di sfida attiva). Stessa adrenalina, interpretazione opposta. I campioni sui punti decisivi non hanno meno paura, ma hanno semplicemente imparato a interpretarla come carburante.

Le domande che i giocatori non smettono di fare

A Ravaioli, Jannone e Devicenzi sono state sottoposte le domande dei lettori di Padelbiz, raccolte nel tempo tra istruttori, maestri e giocatori. Quello che è emerso è stato il cuore di questo incontro.

“Il ‘braccino’ è debolezza mentale o c’è una spiegazione?”
Jannone risponde senza esitare: “C’è una spiegazione precisa. Sotto pressione, il cervello interpreta la situazione come minaccia. L’attenzione si sposta dall’esterno all’interno: invece di guardare il gioco, inizi a monitorare il tuo movimento. Non è debolezza, è fisiologia”. Ravaioli aggiunge: “In campo lo vedo regolarmente. L’allievo nel riscaldamento fa un rovescio perfetto, mentre sul punto decisivo lo manda sul nastro. Non è una questione di tecnica, ma del suo stato interiore”.

“L’anticipazione si allena o è naturale?”
“È la domanda che mi fanno più spesso”, risponde Ravaioli. “I professionisti non hanno un dono, hanno guardato migliaia di colpi con gli occhi giusti, finché il cervello ha imparato a leggere il corpo dell’avversario prima che la palla parta. Nel libro abbiamo costruito esercizi specifici per accelerare questo processo. Il primo è semplice: per un set intero si osserva solo la posizione delle spalle dell’avversario prima che colpisca la palla. All’inizio sarà tutto caotico, poi, lentamente, qualcosa cambierà”.

“Cosa succede nel cervello durante il set decisivo?”
Jannone: “La fatica mentale degrada la performance prima di quella fisica. Il cervello consuma glucosio. Quando la riserva cognitiva si esaurisce, il sistema di controllo inibitorio, quello che ti permette di scegliere il colpo giusto invece di reagire d’istinto, si indebolisce. Gli errori non forzati del set decisivo non sono fisici, ma neurologici”. Devicenzi, che conosce la fatica vera come quella delle 24 ore consecutive in sella, porta la discussione dentro il campo da padel con una semplicità disarmante: “Le crisi in partita si prevengono non con una barretta energetica all’ultimo momento, ma con la gestione del carico mentale durante il match”. Nel padel questo significa arrivare al set decisivo con un cervello che sa ancora scegliere, invece di reagire in automatico.

“Il padel è uno sport di coppia. Come cambia tutto questo?”
Ravaioli: “In campo non ci sono due giocatori, ci sono due sistemi nervosi che si leggono continuamente. Un’occhiata, una postura, un respiro tra i punti: il cervello è in costante elaborazione di tutto questo, adattando il tuo stato in tempo reale. Se il tuo partner crolla, i tuoi neuroni specchio (le cellule cerebrali che simulano automaticamente le emozioni e i movimenti altrui, come uno specchio interno) lo percepiscono e iniziano a produrre la stessa risposta”.
Jannone: “Il capitolo 14 del libro si chiama ‘La comunicazione invisibile’, dedicato a costruire quello che definiamo il cervello distribuito: due persone che smettono di funzionare come individui separati e iniziano a funzionare come sistema. Non è poesia, ma metodo applicato alla coppia di padel”.

“Cosa rende questo libro diverso dal mental coaching tradizionale?”
Devicenzi risponde: “Il mental coaching ti dice cosa fare, mentre questo libro ti spiega perché funziona, dimostrando una differenza enorme. Quando capisci che il tuo braccino sul match point non è debolezza caratteriale ma un meccanismo neurologico preciso, smetti di combatterlo e inizi a gestirlo, perché non possiamo cambiare quello che non capiamo”.

Tre cose da fare nel tuo prossimo match

  1. Guarda le spalle, non la palla
    Per i primi cinque punti del prossimo match, concentrati solo sulle spalle dell’avversario. Ignora la palla finché puoi, anche se all’inizio risulterà caotico e con la possibilità di perdere qualche punto. Il tuo cervello inizierà a costruire il catalogo di pattern che hanno i giocatori esperti.
  2. Il reset tra i punti
    Dopo ogni errore grave, esegui quattro secondi di inspirazione dal naso, due secondi di pausa, quattro secondi di espirazione dalla bocca. Questo schema attiva il nervo vago (il principale regolatore del sistema nervoso autonomo), abbassa il cortisolo (l’ormone dello stress) e riporta il cervello da threat state a challenge state.
  3. Dichiara dove l’avversario colpisce
    Prima di ogni colpo, tuo o dell’avversario, indica mentalmente dove andrà la palla: lungolinea o incrociato? Tieni il conto delle predizioni corrette. Chi applica questo esercizio con regolarità vede la propria percentuale salire progressivamente. Il Sistema 1, la parte del cervello che processa le informazioni in modo rapido e automatico senza analisi conscia, inizia a prendere le decisioni tattiche prima ancora che tu ne sia consapevole.

L’esempio di Devicenzi

Su Andrea Devicenzi bisogna raccontare dei dettagli che non entrano nelle sue statistiche da recordman. In una gara da 24 ore, c’è un momento, di solito tra la 18esima e la 20esima ora, in cui il corpo entra in quello che i fisiologi chiamano “shutdown anticipatorio”. Non è il muscolo che cede, ma è il cervello che calcola che continuare non vale il costo previsto, pur avendo ancora i parametri fisiologici nella norma. Devicenzi conosce quel momento, lo ha attraversato diverse volte e per 20 anni lo ha chiamato semplicemente “testa dura”. Poi lavorando e
confrontandosi con Jannone e Ravaioli ha scoperto che non era solo carattere, ma un meccanismo neurologico che aveva sviluppato inconsapevolmente, con la possibilità di poterlo insegnare a chiunque avesse la curiosità di apprenderlo. “Non ero speciale, avevo imparato
a usare il cervello in un certo modo, senza saperlo. Questo libro insegna a farlo intenzionalmente”.

Funziona anche fuori dal campo

Il libro non riguarda solo il padel. Ogni capitolo contiene una sezione chiamata “Oltre il Campo”, perché la gestione della pressione sul match point è neurologicamente identica a quella che serve in una trattativa difficile. Il recupero dopo un errore grave è lo stesso meccanismo che serve per rialzarsi dopo un fallimento professionale. La comunicazione invisibile con il partner di gioco è la stessa dinamica di fiducia che si costruisce in una squadra di lavoro. Chi legge questo libro non sta solo lavorando sul padel. Sta lavorando su come funziona la sua mente sotto pressione, ovunque.

 


O&B Padel è un osservatorio specializzato nel marketing legato al padel. Effettua indagini e sondaggi mirati su mercati nazionali e internazionali, si occupa di definire bacini di attrazione per centri e accademie e propone stime di mercato e business plan dedicati. Chi volesse approfondire il nostro lavoro, può contattarci all’indirizzo mail: arosate@yahoo.com

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